
Chi sono
Tra sogni verticali e pareti reali
Primavera 1998. La scuola volge al termine, la maturità è all’orizzonte, ma la mente è già altrove. A Trento, come ogni maggio, è tempo di TrentoFilmFestival. Tra le strade del centro si respira un’aria diversa: conferenze, libri, racconti di spedizioni, visi segnati dal sole e dal vento. Uomini e donne che hanno vissuto la montagna fino in fondo, e ne portano i ricordi scritti nel corpo.
Quella mattina, nessuna materia d’esame all’orizzonte. Così decisi di marinare scuola. Non per perdere tempo, ma per guadagnare qualcosa che ancora non sapevo definire. Una chiamata. Una direzione.
Al Cinema Modena c’era una rassegna dedicata all’arrampicata. Dopo un documentario su qualche remota valle dell’Himalaya, venne proiettato “L’arte di Arrampicare” di Luigi Cammarota. Protagonista: Paolo Caruso, guida alpina, maestro di arrampicata e ideatore di un metodo nuovo, profondo, rivoluzionario. Il Metodo Caruso.
Quel film mi rapì. Fu come aprire una finestra su un altro modo di scalare: non solo tecnica, ma linguaggio, armonia, ascolto. Non lo sapevo ancora, ma qualcosa dentro di me si stava già mettendo in cammino.
In realtà, l’arrampicata mi aveva affascinato da sempre. Raccontano che, a soli quattro anni, davanti alle Torri del Vajolet, stringendo la mano di mia madre, dissi: “Un giorno scalerò anche io quelle montagne.” Quella via non l’ho ancora ripetuta, ma quel desiderio, puro e bambino, non mi ha mai abbandonato.
Sono cresciuto nella SOSAT — Sezione Operaia della SAT di Trento — un luogo dove la montagna era parte del quotidiano, e le storie di chi l’aveva scritta diventavano presto esempio. A partire dalla metà degli anni ’90 iniziai a scalare sporadicamente, accompagnato da alcuni dei primi arrampicatori sportivi trentini. Salivo come potevo, legato alla corda, parancato su per le vie: era l’epoca del “ciapa e tira”, e io ci mettevo solo il cuore.
Poi arrivò la primavera del 2003. Grazie a Luciano Ferrari, compagno di sezione SOSAT, l’arrampicata diventò una costante. Iniziai con le vie classiche, poi falesie, spit e tentativi più seri. Negli stessi anni entrai nella Direzione SOSAT, e poco dopo nella Scuola di Alpinismo “Giorgio Graffer”, cominciando ufficialmente il mio percorso come istruttore CAI.
Nel 2005 partecipai al mio primo aggiornamento tecnico: Tecnica di Movimento e Metodo Caruso. A condurre l’incontro, Luca Tamanini, da poco Istruttore Nazionale di Arrampicata Libera, formatosi direttamente con Caruso. A sei anni da quella proiezione al TrentoFilmFestival, ero di nuovo di fronte a quel Metodo — ma questa volta con gli scarponi ai piedi, le mani sulla roccia, e la testa piena di domande.
Il giorno dopo comprai il libro L’arte di arrampicare. Iniziai a studiare, a sperimentare, a sentire il gesto. Dopo sei anni come istruttore nella Scuola Graffer, sentii il bisogno di cambiare: staccare dalle corde, immergermi nel boulder. Esplorai nuovi blocchi, li pulii, li osservai. Il gesto atletico diventò esplorazione pura.
Nel 2015, un’altra svolta: mi trasferii da Trento a Firenze. Lì, tra nuovi volti e pareti sconosciute, ripresi in mano la corda e l’imbrago. Un giorno, per caso, mi ritrovai a chiacchierare con un vecchio istruttore della Scuola “Tita Piaz” del CAI Firenze. La voglia di insegnare riemerse prepotente. Decisi di rimettermi in gioco. Rientrai nel mondo dell’insegnamento e, naturalmente, anche nel Metodo Caruso. Questa volta con uno sguardo più maturo, più consapevole. Ogni movimento aveva un significato, ogni transizione una logica. Non si trattava più solo di salire, ma di capire come.
Nel 2022, mentre compilavo il curriculum alpinistico per il corso IAL-CAI (Istruttore Arrampicata Libera), incappai quasi per caso in una pagina del sito IAMAS. Cercavano candidati per il primo corso nazionale di Maestri di Arrampicata Sportiva – Metodo Caruso. Il cuore accelerò. Inviai la candidatura.
A fine aprile 2023 venni selezionato. Iniziò un percorso formativo lungo e profondo: oltre 400 ore di formazione, giornate sul campo, tirocinio, analisi, movimento, ricerca. E, soprattutto, la formazione diretta con Paolo Caruso. Non solo un insegnante, ma un vero mentore. La sua visione — fatta di ascolto, naturalezza, presenza — diventò parte integrante del mio modo di vedere la scalata.
A settembre 2024 diventai Maestro di Arrampicata Sportiva IAMAS – 1° livello, specializzato nel Metodo Caruso e nelle Matrici del Movimento. Contemporaneamente, conclusi anche il percorso CAI, diventando Istruttore IAL. Due percorsi diversi ma complementari, che mi permettono oggi di trasmettere l’arrampicata con uno sguardo ampio e profondo, tecnico e umano.
Da ottobre 2024, fare il Maestro di Arrampicata Sportiva è la mia attività principale. Quel bambino che osservava le Torri del Vajolet con gli occhi pieni di stupore… oggi guida altre persone verso il proprio sogno verticale. Quel ragazzo che marinava scuola per un film, quel giovane che cercava la linea giusta su un blocco a Drena, è diventato un uomo che insegna a muoversi, sentire, ascoltare, respirare ogni gesto.
Un uomo che invita a fermarsi, a guardarsi intorno, a sussurrare: “Ostia che bel!”
Come diceva Bruno Detassis:
“Se, quand’è ora de ‘rampegar, non sei bon de fermarte, vardar e dir ‘ostia che bel!’, l’è mejo che sté a casa.”
Perché per me, l’arrampicata non è mai stata solo sport o attività.
È poesia in movimento, è ascolto profondo, è presenza verticale.
È la storia che ho scelto di scrivere, passo dopo passo, via dopo via.